venerdì 3 luglio 2020

Bertrand Russel

Il fatto che un'opinione sia ampiamente condivisa, non è affatto una prova che non sia completamente assurda.



mercoledì 1 luglio 2020

mercoledì 24 giugno 2020

martedì 23 giugno 2020

Cantone Ticino, Svizzera felix, salariati gabbati


Ti fregano la tassa di collegamento intascata indebitamente? Arrangiati, a Zali (e ai suoi sodali di governo) non gliene può fregare di meno!


Ci sono alcune migliaia di lavoratori e lavoratrici che da anni pagano la tassa di collegamento. Da quando cioè il Parlamento ne votò la introduzione. La messa in vigore (e l’incasso da parte del cantone) vennero poi sospese a seguito del ricorso evaso solo di recente dal Tribunale federale.
Questi ha confermato la validità di questa tassa; ma il governo si è affrettato a dichiarare che comunque l’incasso della stessa non poteva avere effetto retroattivo e che quanto prima si sarebbe deciso la nuova data di entrata in vigore.
Tuttavia da almeno tre anni ormai molte delle aziende sottoposte a tale tassa (e che hanno scaricato sui lavoratori) hanno continuato a percepirla.
Abbiamo già segnalato che vi sono casi nei quali ai lavoratori e alle lavoratrici interessati è stato prelevata complessivamente una somma di alcune migliaia di franchi: una somma, a questo punto, prelevata indebitamente, alla luce della decisione del TF e del governo quanto alla rinuncia alla retroattività.
Normale quindi che chiedessimo (e lo abbiamo fatto con un’interpellanza - https://mps-ti.ch/2020/06/tassa-di-collegamento-milioni-di-franchi-incassati-indebitamente-dalle-imprese/) che cosa intendesse fare il governo (che è comunque parte in causa) per vegliare a che tali somme fossero restituite.
Come abbiamo scritto, si tratta di un atto necessario: e questo indipendentemente dalla posizione che si possa avere sulla istituzione stessa della tassa di collegamento.
Le cose da fare, e anche urgenti, sono diverse: verificare chi ha trattenuto questa tassa, chi l’ha effettivamente poi restituita o ne ha bloccato la trattenuta una volta entrato in vigore l’effetto sospensivo dopo il ricorso al TF; infine chi ha continuato a trattenerla e non l’ha mai restituita ai lavoratori e alle lavoratrici.
Abbiamo chiesto al governo quali provvedimenti pensasse di mettere in atto per verificare che non vi siano abusi e che i soldi indebitamente trattenuti vengano restituiti ai lavoratori e alle lavoratrici. Cosa che diverse ditte stanno già facendo. Ma ve ne sono altrettante che fanno finta di niente e continuano a trattenere importi globalmente importanti.
Con la strafottenza che lo contraddistingue il consigliere di Stato Zali (e il governo visto che questo bell’imbusto parlava a nome del governo) ha risposto, nella seduta del Gran Consiglio di ieri, alle domande poste dall’MPS, con dei semplici monosillabi. Un atto non certo offensivo nei nostri confronti (l’MPS non può sentirsi offeso da un personaggio come Zali), ma nei confronti di quella “dignità” del Parlamento alla quale si attaccano i rappresentanti di tutti i partiti (naturalmente quanto fa loro comodo…).
Ma al di là della forma, interessante appare la sostanza: Zali e il governo non intendono fare nulla per verificare che quanto prelevato indebitamente venga restituito. Certo, si tratta di un rapporto privato tra lavoratore e azienda; ma è anche vero che lo Stato, con le sue decisioni, è all’origine di questo prelievo. Se le condizioni in cui esso è avvenuto non sono più date, vi è perlomeno una responsabilità nel verificare che questo non porto ad abusi veri e propri da parte delle aziende. Perciò Zali (e i suoi sodali di governo) non intendono fare proprio nulla, né fornendo l’elenco delle aziende che avevano proceduto alla trattenuta, né organizzando controlli, tantomeno informando i diretti interessati. Evidentemente a Claudio Zali, risolti come sappiamo i propri problemi pensionistici, del resto e degli altri non gliene può fregare di meno!

Israele: Tecniche di spionaggio ...


... ovviamente anti palestinese.

https://secoursrouge.org/israel-une-technique-permet-de-reconstituer-une-conversation-en-analysant-le-vacillement-des-ampoules/

domenica 21 giugno 2020

giovedì 18 giugno 2020

Come fregano i padroni del vapore

Svizzera, Cantone Ticino 2020

I giochetti dei padroni e dei loro rappresentanti eletti a governare

Fonte: mps-ti.ch


Tassa di collegamento: milioni di franchi incassati indebitamente dalle imprese?

Ecco cosa ci scrive una delle tante persone che ci ha contatti dopo la nostra interpellanza (https://mps-ti.ch/2020/06/tassa-di-collegamento-milioni-di-franchi-incassati-indebitamente-dalle-imprese/) dei giorni scorsi sulla tassa di collegamento a questo punto indebitamente trattenuta: “Ho lavorato per la ....fino a circa metà del 2019. Ho pagato la tassa di collegamento per 2-3 anni, e come me altre 160 persone che affittano un posteggio su quel piazzale. Ora, oltre al fatto che vorrei proprio sapere cosa Zali intende fare dei miei soldi ... come farò a farmi rimborsare 12x 80.- x 3 anni...?? un bel gruzzoletto! e come me ci saranno migliaia e migliaia di persone...”.
Non si tratta evidentemente di un caso isolato. Un caso concreto nel quale in ballo ci sono circa 3'000 franchi., una somma tutt’altro che trascurabile per molti salariati in periodo di coronavirus, diminuzioni salariali, pressioni sui salari, etc.
Nel caso in questione, nel solo luogo al quale si fa riferimento vi erano 160 persone: quindi abbiamo già a che fare, in un solo caso, con circa mezzo milione di franchi. Quanti milioni sono stati indebitamente incassati (e non restituiti finora) da parte di tutte le aziende del Cantone visto che i lavoratori e le lavoratrici sottoposti a questa tassa dovrebbero essere circa 15'000?
Visto che anche il governo – dopo la sentenza del Tribunale federale – ha indicato che è da escludere l’applicazione retroattiva di questa tassa, questi soldi dovranno essere rimborsati ai salariati. Tra queste vi sono diverse importanti aziende private, ma anche enti pubblici come, ad esempio, l’Ente Ospedaliero Cantonale.
Si tratta di un atto necessario: e questo indipendentemente dalla posizione che si possa avere sulla istituzione stessa della tassa di collegamento.
Le cose da fare, e anche urgenti, sono molte per l’autorità politica: verificare chi ha trattenuto questa tassa, chi l’ha effettivamente poi restituita o ne ha bloccato la trattenuta una volta entrato in vigore l’effetto sospensivo dopo il ricorso al TF; infine chi ha continuato a trattenerla, come nel caso che abbiamo citato, e non l’ha mai restituita ai lavoratori e alla lavoratrici.
Il governo deve mettere in atto tutti i provvedimenti legislativi necessari e le concrete misure di vigilanza affinché non avvenga un furto di massa: perché, svanita la base legale di questa trattenuta, essa è diventata indebita, un furto vero e proprio che molte aziende hanno commesso ai danni di singoli lavoratori e lavoratrici.

Passeggiate e/o manifestazioni

Sopra: Deambulazione rutinaria cittadina con figli, mogli e amanti
Sotto:  MANIFESTAZIONE




domenica 7 giugno 2020

Gli 80 anni di Francesco Guccini

"Mai stato comunista.
 Votavo socialista e adesso Partito Democratico".

Un modo come un altro per banalizzare la propria festa di compleanno.


giovedì 4 giugno 2020

Eppure il vento soffia ancora ...


Rivolta USA

Ora tutti i democratici saranno pronti a denunciare il razzismo, ripeteranno che neri e bianchi hanno gli stessi diritti, che la brutalità della polizia deve finire. Ma chi si schiererà con gli incendiari, con la gioventù nera e bianca che sta mettendo a ferro e fuoco 25 città degli Stati uniti? Lo faremo noi, gli operai del partito operaio. Chi semina vento raccoglie tempesta.
Si può calpestare un uomo perché è nero nella civile America, si può soffocarlo per strada perché un poliziotto è così sicuro di avere lo Stato dalla sua parte? Si può vedere una scena del genere dopo duecento anni di chiacchiere contro il razzismo, di enunciazioni sull’uguaglianza di diritti? Non si può. E la società dei ricchi deve pagare un prezzo. Ed il prezzo lo sta pagando, vanno a fuoco commissariati di polizia, supermercati saccheggiati e l’onda della rivolta non si è ancora infranta. Il governo sta schierando la guardia nazionale ma per sedare una rivolta così potente dovrebbe eliminare tutti i neri d’America.
Se il sistema sociale gestito dai padroni, e quello degli Stati Uniti ne è la forma più sviluppata, produce ancora razzismo e brutalità poliziesca una ragione ci sarà. Il sistema dello sfruttamento ha bisogno di schiavi e se può usare il colore della pelle per avere schiavi più a buon mercato e più sottomessi non ha nessun interesse a finirla con la discriminazione razziale. Lo sanno bene anche i nostri padroni delle campagne, caporali e politici conniventi e prefetti e poliziotti che più delle volte si girano dall’altra parte. Lo sanno bene quelli che si affrettarono a condannare la violenza dei braccianti neri che si rivoltarono a Rosarno dopo la strage dei loro compagni.
Ma ora l’America brucia. Una vita nella miseria accompagnata dalla prepotenza dei poliziotti è diventata insopportabile, le manifestazioni con le petizioni hanno fatto il loro tempo, le risposte più naturali sono diventate il fuoco e il saccheggio. Il fuoco per cancellare l’ambiente sociale in cui bisogna subire una prepotenza così brutale. Il saccheggio per appropriarsi di quei beni, che pur avendoli prodotti, sono del tutto irraggiungibili ai milioni di poveri, a maggioranza neri, degli Stati Uniti.
Gli operai del partito operaio, che conoscono la prepotenza di chi sta in alto, che conoscono la realtà della miseria, che sanno come possono ferire le ingiustizie dei padroni e dei loro governi, vanno oltre la denuncia generica del razzismo, oltre la semplice indignazione, si schierano con la gioventù nera e bianca in rivolta per le strade delle città americane. Sono gli schiavi che alzano la testa, è il mondo nuovo che si sta manifestando con tutta la sua forza.
Partito Operaio
PER CONTATTI: partito.operaio@gmail.com01/06/2020 Italy – Sesto San Giovanni (MI), via G. Matteotti 496

sabato 30 maggio 2020

Senza l'aiuto dei Ghostwriter

Il Ghostwriter, noto in Italia come Scrittore Ombra o Scrittore Fantasma, è una figura editoriale che viene assunta al fine di redigere un contenuto testuale, sia questo un libro, un racconto o un e-book, basato sull’idea di un’altra persona, la quale non ha il tempo e/o le capacità di scriverlo, rinunciando ai diritti intellettuali e commerciali sullo stesso.
Molto in voga anche fra politicanti, direttori di azienda, uomini d'affari e professionisti vari.

Questo non ne aveva bisogno.


Razzismo 2020

http://www.operaicontro.it/2020/05/29/al-razzismo-nel-21-secolo-si-risponde-con-un-solo-mezzo-il-fuoco/

Minneapolis: Avanti popolo!


martedì 26 maggio 2020

USA: virus e risposta operaia

Il massimo di notizie che arrivano dagli USA sono le sbruffonate di Trump sulla pandemia. Ma c’è un’altra realtà fatta di proteste e scioperi operai. Negli USA come in ogni parte del mondo globalizzato, per difendersi dal coronavirus bisogna vedersela col padrone.


16 MAGGIO 2020, DAL SITO WORLD SOCIALISTCentinaia di operai sono in sciopero presso sei società di confezionamento di frutta nella contea di Yakima, Washington, chiedono che le aziende forniscano adeguati dispositivi di protezione individuale (DPI), indennità di rischio e condizioni di lavoro sicure per ridurre il rischio di contrarre il nuovo coronavirus che causa COVID – 19
Venerdì scorso, il primo gruppo di braccianti è uscito da Allan Brothers Fruit Company, dopo che 12 lavoratori sono risultati positivi al virus. Secondo quanto riferito, la direzione ha nascosto i casi positivi e ha persino richiesto a un dipendente malato di tornare al lavoro.
L’azione degli operai agricoli di Allan Brothers ha innescato una serie successiva di scioperi nelle strutture vicine: Matson Fruit, Jack Frost Fruit, Monson Fruit e, più recentemente, Columbia Reach e Madden Fruit.
I lavoratori agricoli di Yakima si uniscono agli scioperi dei confezionatori di carne a Creta, nel Nebraska, i lavoratori dell’abbigliamento presso una fabbrica tessile a Selma, in Alabama, i lavoratori di una società di trasporto di rifiuti a New Orleans, in Louisiana, i lavoratori della maquiladora in Messico.
Mentre gli scioperi sono scoppiati spontaneamente dall’indignazione dei braccianti, i lavoratori sono rappresentati da Familias Unidas por la Justicia (FUJ), che ha avviato ieri negoziati con Jack Frost. FUJ è un sindacato locale di lavoratori agricoli che rappresenta circa 500 lavoratori, che è stato lanciato nel 2013 e affiliato con il Consiglio del Lavoro dello Stato di Washington AFL-CIO nel 2015.
I braccianti hanno cercato di esprimere le loro preoccupazioni con la direzione ma sono stati ignorati. Rosalina Gonzalez, che ha lavorato per il magazzino del Columbia Reach Pack per 19 anni, ha dichiarato alla Yakima Herald-Republic : “Ci sono molte persone che si sono dimostrate positive qui. Mi sento in pericolo, ma devo lavorare. Non ho scelta.”
“Molte persone non sanno cosa dobbiamo affrontare in questo lavoro”, ha spiegato alla stampa locale Maria Valdivinos, un’altra operaia stagionale. “Riteniamo di non avere supporto da nessuno.”
Su linee di picchetti distanziati, gli operai hanno portato cartelli sia in spagnolo che in inglese dichiarando “Lavoratori prima dei profitti”, “gli operai agricoli sono essenziali, non carne da macello”, “Siamo umani”, “Non più schiavitù” e “Abbiamo bisogno protezioni “.
Oltre alla domanda di base di maschere, forniture sanitarie e misure di distanziamento durante il lavoro, gli operai in sciopero chiedono un aumento della retribuzione da $ 13,85 l’ora a $ 15,85 l’ora. La società non ha accettato queste richieste, sostenendo di aver fatto del proprio meglio per proteggere i lavoratori e non prenderà in considerazione un aumento dei salari. Il proprietario e presidente di Hansen Fruit, Eric Hansen, ha dichiarato: “Se si tratta di soldi, sono molto deluso che lo sciopero sia fuorviante per il pubblico”.
Attraverso lo sfruttamento di questi braccianti e di migliaia di altri, la contea di Yakima è la principale contea di Washington per la produzione di colture e bestiame, secondo quanto determinato dai ricercatori della Washington State University, generano circa 1,65 miliardi di dollari all’anno di prodotti agricoli.
Situata a 150 miglia a sud di Seattle, la Yakima Valley ha il maggior numero di casi COVID-19 rispetto alla sua popolazione rispetto a qualsiasi contea dello Stato di Washington, con un caso ogni 123 persone. Le statistiche più recenti confermano 1.916 casi e 65 decessi, numeri che sono probabilmente sottostimate grossolane a causa della mancanza di test di massa negli Stati Uniti.
L’alto tasso di infezione è correlato alla concentrazione di lavoratori agricoli migranti nella regione, che vivono e lavorano in condizioni retrograde che li rendono particolarmente vulnerabili al nuovo coronavirus.
Poco meno della metà della popolazione della contea di Yakima è ispanica o latina, molti dei quali sono lavoratori agricoli stagionali provenienti dal Messico e dall’America centrale. Ai lavoratori immigrati viene negata la patente di guida, l’alloggio adeguato, la sicurezza del lavoro e le prestazioni sociali, comprese quelle approvate nella legge CARES di emergenza.
Per molti anni prima dello scoppio della pandemia, i braccianti di Yakima hanno riferito di furti salariali, molestie sessuali, aggressioni, giornate di lavoro spaventosamente lunghe e salari bassi. Il tasso di povertà nella contea di Yakima è del 18 percento, quasi il doppio del tasso nazionale.
“Ci sono persone che vengono senza documenti [legali] e devono dormire sul pavimento, in auto e in situazioni più deplorevoli”, ha detto un funzionario locale di nome Diego al sito world socialist: “Ci sono migliaia di civili che hanno perso il loro posto di lavoro, e molti lavorano nei ranch solo 4 o 8 ore alla settimana e non sono ammissibili ai programmi di aiuti del governo degli Stati Uniti “.
Molti operai agricoli di Yakima esprimono paura di perdere il lavoro e quindi le entrate che usano per sostenere le loro famiglie, intraprendendo azioni isolate. “Se parliamo, non sappiamo dove andare o no, chi ci ascolterà e se ci sarà sostegno da parte di colleghi lavoratori”, preoccupato Raul, un bracciante agricolo della vicina Borton Fruit la cui moglie lavora in uno dei luoghi in sciopero.
“Tuttavia”, ha aggiunto, “sostengo gli scioperi. Le loro richieste di essere lavoratori essenziali sono molto giuste e necessarie.
Le azioni dei braccianti di Yakima riflettono la crescita dell’opposizione nella classe lavoratrice all’insistenza della classe dominante che i lavoratori devono o rischiare la vita lavorando in condizioni non sicure o perdere il lavoro. I lavoratori hanno ritenuto ogni giorno la paura “essenziale” di prendere il virus mortale al lavoro e di trasmetterlo ai propri cari a casa.
DA FACEBOOKScott Christian (Operaio Chrysler LLC Detroit) Non c’è stata nessuna lotta. Abbiamo solo dato e dato e ceduto ancora, IUAW (sindacato settore auto) continua ad aiutare il padrone per impoverirci ulteriormente. Negli ultimi sei rinnovi contrattuali non abbiamo ottenuto assolutamente niente. Ci abbiamo solo rimesso.
Gene Debs (operaio)” Non mi sento al sicuro, tranquillo”, la frase più diffusa in reparto. NLRA SECTION 502 (Il decreto nazionale sulle relazioni di lavoro) vieta al tuo caporeparto o all’azienda di costringerti a lavorare in una situazione dove non ti senti ragionevolmente a tuo agio, sicuro. Ti protegge anche da una eventuale rappresaglia o minaccia che l’azienda ti applichi Il wildcat” (sciopero a gatto selvaggio, che prevede il licenziamento) in caso di fermata. Se stai iper ventilando nella mascherina, allontanati dalla linea di produzione. Non mi sento al sicuro. Se sei in un veicolo, sulla linea, e c’è qualcuno prima di te, aspetta che finisca. Non mi sento sicuro, Proteggetevi, fratelli e sorelle, l’azienda non lo farà!
UNITE ALL WORKERS (Unire tutti gli operai) pubblica un interessante vademecum, dove si propone di bloccare le produzioni applicando i regolamenti delle postazioni alla lettera.
Un operaio dello stabilimento di Windsor Assembly in Ontario, in Canada, ha dichiarato: “È strano non puoi andare a trovare tua madre alla festa della mamma. Nessun assembramento di oltre cinque persone. Ma devi andare a lavorare. Che senso ha tutto questo? Muoiono 100.000 persone e loro se ne fregano. Cosa faranno? Niente.”
Nello stabilimento della General Motors di Silao, Messico, che dovrebbe riavviare la produzione lunedì, un gruppo di operai chiamato Generating Movement ((Creare Movimento) ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“Appello internazionale per la solidarietà e l’azione a sostegno della lotta degli operai di General Motors “.
Il comitato rifiuta le misure di “sicurezza” fasulle della direzione perché inadeguate e mette in guardia dal “crimine che i padroni e i dirigenti di General Motors stanno per commettere costringendo i nostri colleghi a tornare al lavoro il 18 maggio, durante il picco della pandemia di coronavirus e il 30 maggio per i lavoratori più fragili di salute “.
L’arrogante determinazione dell’azienda nel costringere gli operai al ritorno in produzione solleva questioni di vita o di morte ed è soprattutto una sfida politica alla classe degli operai. . Negli Stati Uniti, sia l’amministrazione Trump che i governatori democratici, come Gretchen Whitmer dello stato del Michigan, si sono accodati alla incosciente campagna spericolata promossa, dalle case automobilistiche, per riavviare la produzione.
Questa lotta ha bisogno di siluppare un movimento politico della classe degli operai, per combattere su un programma socialista. finalizzato alla difesa dei nostri bisogni concreti e della vita umana, non ai profitti aziendali. Invitiamo gli operai interessati a ulteriori informazioni a contattare la newsletter del WSWS Autoworker e il Socialist Equality Party.
Traduzione a cura di M.C 

lunedì 18 maggio 2020

Similitudini


Quello sopra è virtuale, i due sotto invece sono crostacei reali ( #Phronimasedentaria). Similitudine interessante, no? Possibile spunto per "il terrore viene dal mare" oltre che, beninteso, dal FMI, BCE, UE e compagnia brutta.

martedì 12 maggio 2020

Le sorprese del post Covid-19

Ora, nella fase due, fanno lavorare gli operai che servono e li fanno lavorare senza limiti. Il sabato, la domenica, non ci sono più riposi, orari di lavoro incontrollati. Con la scusa della riorganizzazione del lavoro a causa del Coronavirus fanno uno straccio di pause, tempi di mensa, di riposo.



Scusate, ma "non eravamo tutti sulla stessa barca"?
Il dopo-pandemia non doveva essere più bello del 
prima? Vi ricordate gli striscioni sui balconi, gli applausi e gli inni nazionali ? No? Bene,vi siete risparmiati un carosello di puttanate.

Occupazione sionista

https://secoursrouge.org/palestine-les-autorites-israeliennes-demolissent-la-maison-familiale-dun-prisonnier-palestinien/

Nessun commento, è la notizia il commento.

domenica 10 maggio 2020

Mondo migliore?

https://www.forumalternativo.ch/2020/05/04/la-madre-di-tutte-le-pandemie/

Mondo migliore? Con i "popolini" che ci ritroviamo al massimo ci troveremo con qualche auto venduta in meno, volontariato spacciato come lavoro salariato e controllati anche al cesso.

giovedì 7 maggio 2020

Il capo delle carceri italiane

Ben 350.000€ l’anno a vita: il salario del capo del Dap(Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria). Qualcuno dubita ancora che l'Italia non sia una repubblica delle banane?


venerdì 1 maggio 2020

I socialisti svizzeri e Israele

https://www.swissinfo.ch/ita/conflitto-in-medio-oriente_-%C3%A8-importante-distinguere-tra-antisemitismo-e-antisionismo/45729126

Come si può facilmente intuire il PS è, nei fatti, un partito sinistrato che non ha più nulla di sinistra.


Gli operai e il lavoro

LO DECIDIAMO NOI: NIENTE SICUREZZA, NIENTE LAVORO



Pensano di averci piegato, di mandarci a lavorare senza aver risolto nulla del contagio, di farci rischiare la pelle, ma si sbagliano. Ora si apre una guerriglia per la salute reparto per reparto, corriera per corriera, officina per officina. Tocca a noi operai decidere se ci sono le tanto decantate condizioni di sicurezza di cui padroni governo e sindacato si riempiono la bocca. Era meglio tenere ferme le fabbriche ma hanno voluto forzare la mano ed allora li aspettiamo al varco.

I trasporti non reggeranno. Ci hanno fatto viaggiare per anni ammassati come pecore, ora dicono di viaggiare distanziati. Li prendiamo in parola, se non c’è sui mezzi che ci portano a lavorare il distanziamento sociale torniamo a casa e la giornata deve essere pagata. Ora ci chiedono addirittura di usare i mezzi propri e le spese aggiuntive di trasporto chi le tira fuori?

Di mascherine e mezzi individuali di protezione non ne hanno a sufficienza. Hanno intenzione di risparmiare anche su questi. Noi vogliamo non solo quelle necessarie per lavorare, e devono essere sostituite minimo due volte al giorno, ma vogliamo anche quelle necessarie al viaggio di andata e ritorno. Gli occhiali e i guanti tutti i giorni e non certo una volta alla settimana. Sanificare alla fine di ogni turno di lavoro. Ci vogliono al lavoro ed allora risparmiare sui mezzi di protezione individuale è un attentato alla nostra salute in presenza di coronavirus.

Orari di mensa, di ingresso e di uscita devono essere organizzati in modo di non rischiare il concentramento in luoghi chiusi, ma sia chiaro l’orario di lavoro e di permanenza in fabbrica non si tocca, anzi l’occasione è buona, se viene prima la salute, di ridurlo a parità di salario. Noi rischiamo la pelle se anche il padrone ci rimette un po’ di profitto, non c’è niente di male.

Hanno giurato che garantiranno il distanziamento produttivo ed allora vogliamo una ridefinizione delle postazioni, ritmi più lenti per non accavallarci. Ma così si rallenta la produzione grideranno in coro i bravi industriali. Non ci tocca.

La cosa che come operai non ci avrebbe esposto al rischio di morire soffocati dal coronavirus era quello di stare a casa il tempo necessario per vedere scendere veramente i contagi e azzerare il numero di morti ma la santa alleanza di padroni sindacati compromessi e governo ci ha costretto di tornare al lavoro, nessuno pero ci può impedire di chiedere misure adeguate per proteggerci.

Alla fine abbiamo sempre un’arma per difenderci dalla fase 2: lo sciopero.

DECIDIAMO NOI: NIENTE SICUREZZA, NIENTE LAVORO

Partito Operaio

mercoledì 29 aprile 2020

Cantone Ticino:Svizzera felix


Ma quale ripartenza !

I lavoratori sono importanti per l’economia, per far ri-partire il paese, è per questo che li pagano una bischerata e li fanno “scoppiare in diretta”, tanto c’è l’esercito di riserva, tutti gli altri che stanno pure peggio e pronti a prendere il posto dei “caduti”.
Tra di loro ci sono quelli che hanno la prima e seconda casa poco fuori dal confine,  il Suv a leasing infinito, i figli agli studi e la moglie con i lavoretti in nero. Arrivano, pernottano da amici e si vantano di puntellare il sistema sanitario con la complicità dei politicanti locali che non hanno mai fatto un cip sul “numero chiuso” negli atenei per le facoltà di medicina.
Tralasciamo i laureati, diciamo così, “operativi”,inchiodati a casa dei genitori da salari che non garantiscono l’autonomia finanziaria in un cantone che ha i prezzi al dettaglio di Zurigo e gli stipendi di Reggio Calabria.
Questo prima che il Covid-19 venisse a rivitalizzare l’aria, le casse dell’AVS-AI, azzerare convenevoli di facciata e un sacco di altre inutilità.
Il dopo non sarà certo quello sbandierato su alcuni balconi insubrici, la recessione a cui andiamo incontro non si esaurirà in breve tempo perché non esiste alcuna idea (volontà politica) di fornire strumenti per aumentare il potere d’acquisto dei cittadini e capitali da investire non a strozzo di chi le tasse le paga su tutti i redditi conseguiti.
Quindi anche se il virus pare si sia rotto le scatole di soggiornare nelle nostre valli, perdete ogni speranza di  cambiamento, voi che restate !
Siamo un popolo di “allineati” che sta con i “fratelli” franco-tedeschi per convenienza, visto che i vicini italioti, quando non servono, sono ritenuti sempre più impresentabili.


Ottimismo di regime


Libano:Banche sotto tiro

https://secoursrouge.org/liban-manifestations-et-attaques-de-banques-a-lexplosif/

venerdì 24 aprile 2020

Solo questo vale una rivoluzione

Diciotto sanitari che hanno denunciato le condizioni in cui sono stati costretti a lavorare, e tanti vecchi a morire, rischiano il licenziamento. Se un sistema di potere può produrre e legittimare una rappresaglia del genere, prima o poi verrà spazzato via.


Uno schifo, diciotto sanitari del Don Gnocchi che hanno denunciato la direzione dell’istituto su come ha gestito il coronavirus, provocando più di cento morti in un mese, sono stati sospesi dal lavoro dalla Anpast ditta di cui sono dipendenti. Entro cinque giorni devono giustificarsi e poi saranno presi i provvedimenti del caso. Rischiano il licenziamento. Sono eroi finché si contagiano e muoiono per curare i malati da coronavirus anche senza mezzi di protezione, sono eroi quando vengono usati come testimonial per far emergere il buon operato del governo.
Sono eroi quando servono per uno scatto fotografico che spinga tutti al sacrificio fino a perdere le forze, ma appena alzano la testa e denunciano con prove inconfutabili le ignobili condizioni in cui sono stati costretti a lavorare, denunciano come tanti vecchi sono stati abbandonati alla morte con cinismo, allora diventano gente da far fuori, di cui liberarsi con una raccomandata, una punizione esemplare per aver parlato, aver scritto ai giudici, aver rilasciato interviste ai giornalisti.
Dal loro posto di comando non sono stati sospesi direttori e direttrici di queste case di cura, stanno dietro la scrivania come se niente fosse successo, risponderanno alla magistratura tramite i loro avvocati con i tempi e i modi necessari a far dimenticare ogni cosa. Eppure le accuse sono gravi, epidemia e omicidio colposo.
Ora c’è da chiedersi: dove è tutto quel “popolo italiano” che si è commosso via social davanti a tanti angeli col camice bianco, dove sono finiti tutti i ringraziamenti al loro eroico sacrificio se nessuno insorge di fronte a questo atto di rappresaglia che la direzione del Don Gnocchi ha chiesto e la ditta di cui sono dipendenti ha messo in atto? E’ questa la reale possibilità di lavorare in sicurezza quando appena si denuncia una situazione di effettivo pericolo la prima risposta è l’allontanamento, il licenziamento, la vendetta? Un’azione per mettere a tacere tutte le critiche e spaventare chi sa cosa è successo e non ha il coraggio di parlare. Le responsabilità dei dirigenti deve essere nascosta, la gente imbavagliata.
Se anche il personale sanitario viene punito per aver detto la verità sulle mancate misure di sicurezza che hanno provocato centinaia di morti, questa democratica società è perduta. Ma non tanto per la lettera di sospensione, si potrebbe attribuire l’atto ad un funzionario troppo vendicativo, quanto per il silenzio che copre la vicenda, per l’omertà generale da parte dei mezzi d’informazione nel minimizzare questa che è una vera e propria ritorsione.
La direzione di Ampast, su dettatura del Don Gnocchi, si è permessa di scrivere nella raccomandata fatta pervenire ai dipendenti che l’allontanamento si è reso necessario per una caduta del rapporto di fiducia nei loro confronti. Semmai si dovrebbe parlare della caduta di fiducia di tutta società nei confronti di chi comanda al Don gnocchi e della ditta AMPAST, caduta di fiducia dovuta alla morte di tanti vecchi ricoverati, che avrebbe dovuto provocare un loro immediato allontanamento, dalle cariche e dai rispettivi stipendi d’oro.
Ma se un sistema di potere può produrre e legittimare una rappresaglia del genere in piena pandemia, con tanti morti sulla coscienza e far punire chi è stato in prima linea nella lotta al coronavirus, prima o poi verrà spazzato via. È bene che le classi che sono al potere non dimentichino mai che le grandi rivolte nascono anche da soprusi che in tempi di normalità sono sopportabili ma che diventano, in tempi di alta tensione sociale, la benvenuta goccia che fa traboccare il vaso.
E.A.
Fonte: operaicontro.it

Gli USA e gli amici del Partito comunista italiano

«Alla fine degli anni 70 l’ambasciata americana a Roma era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci». La restituzione del contesto storico sbriciola il principale movente che ha alimentato la letteratura dietrologica negli ultimi decenni – Leggi qui la Prima parte

l64JUbfj5E-0aVBwXDbSHZf48vqgkINf1fhL9nOEAY67JU20qBIxZt0dd9V35iH5UHZBixmxd1BO0w4glIPLak-qresimP4ykpHXMCSsvVRki6OixhzcC48MZfhh2EL66PeltAzPkwFBWL4Dalla metà degli anni Settanta il Pci e l’ambasciata americana avviano una sorta di «politica dei contatti», una tessitura che passava attraverso relazioni di vario livello, soprattutto riservate, in alcune circostanze molto formali anche di natura pubblica, con esponenti della diplomazia e dell’intelligence statunitense. Eurocomunismo e compromesso storico, le due novità politiche introdotte da Berlinguer, avevano dato al Pci un rilievo internazionale attorno al quale ruotava l’inevitabile attenzione e l’interesse delle cancellerie occidentali per capire meglio i possibili sviluppi della situazione, adeguarsi alla possibile entrata nel governo del più importante partito comunista d’Occidente che alle elezioni regionali del 1975 aveva compiuto un balzo di 5 punti, minacciando il primato trentennale della Dc.
Il rapporto Boies

Proprio nel 1975 fu preparata una relazione, nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e forse funzionario della Cia sotto copertura, nel quale si prospettava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. L’opinione però era in contrasto con le convinzioni del segretario di Stato, Henry Kissinger, e per queste ragioni non produsse effetti immediati; tuttavia, come ha spiegato il professor Joseph La Palombara, era condivisa da molti1. D’altronde, prosegue La Palombara, «vari personaggi che all’epoca testimoniarono al Congresso sul “caso Italia” ne erano convinti, e le elezioni del 1976 confermarono l’onda lunga comunista. Scrissi in quel momento che m’aspettavo anch’io il Pci al governo, ma non da solo e non senza problemi»2. La Cia sosteneva la necessità di aprire rapporti con il Pci e di individuarne gli interlocutori giusti in vista di un suo probabile accesso al governo e l’analisi di Boies era frutto di un lavoro protratto nel tempo: il 13 agosto 1974, infatti, Sergio Segre, responsabile della sezione Esteri del Pci, aveva già riferito a Berlinguer di alcuni incontri avuti con Boies poco tempo prima del suo rientro negli Stati uniti. In procinto di lasciare l’ambasciata, Boies aveva quindi presentato a Segre il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel corso di quell’incontro – riferisce Segre – il nuovo primo segretario dell’ambasciata Usa aveva ritenuto maturi i tempi di «un dialogo fruttuoso» tra le parti «superando le barriere di questi anni»3.
La politica dei contatti
Prima del 1975, scrive Silvio Pons, Segre era stato il solo esponente del Pci ammesso ad avere rapporti con l’ambasciata americana4, ma dal 1975 anche Luciano Barca entrò a far parte di quella dinamica. E fu proprio Barca a raccontare per primo l’incontro tra un membro della Direzione del Pci ed emissari del governo degli Stati Uniti: «Nel giugno del 75, per iniziativa americana il primo segretario dell’ambasciata americana Weenick, con la motivazione di voler meglio capire la politica economica del Pci, prende contatto con me (ovviamente autorizzato da Berlinguer). È la prima volta che viene stabilito un contatto diretto con un membro della Direzione del Pci, anche se mascherato da interesse per le nostre proposte economiche. In realtà questo interesse non era solo una maschera tanto che al secondo incontro partecipò anche il rappresentante del Tesoro americano. Poiché gli incontri cominciarono ad essere periodici e ad entrare sempre più in questioni politiche decidemmo con Berlinguer di porre a Weenick la necessità di incontrare, prima di una nuova colazione, Giancarlo Pajetta, membro della Segreteria e nostro «ministro degli Esteri». La richiesta spaventò evidentemente l’ambasciatore e il Dipartimento di Stato perché bloccò per circa due mesi gli incontri. Alla fine entrambi accettarono un mio invito a pranzo da Piperno [noto ristorante situato nel Ghetto a Roma. Ndr]. Il primo contatto fu brusco. Pajetta si presenta ed esordisce così: “Non riesco a capire perché un membro della segreteria del Partito comunista – lui era molto conscio del suo ruolo, io l’ho visto anche all’estero, è un vero ministro degli esteri, difensore in tutte le occasioni della dignità italiana – non debba avere paura di incontrare un alto ufficiale della Cia, e un alto ufficiale della Cia debba aver tanta paura di me”. Così è iniziato l’incontro, e Weenick, da buon incassatore, ha risolto tutto sorridendo»5. Alla vigilia del primo incontro Barca aveva cercato di capire se il funzionario dell’ambasciata americana fosse un uomo della Cia: «Mi fu detto di sì e mi fu specificato che come tale era stato espulso da Mosca, a causa dei contatti che cercava con i dissidenti sovietici»6. Che Weenick fosse veramente un agente sotto copertura della Cia incaricato di raccogliere da fonti dirette informazioni sulla evoluzione del Pci non è del tutto certo (ed è anche secondario), e anni dopo Barca ricevette una diversa informazione che situava il funzionario alle dipendenze del Dipartimento di Stato. Ciò che risulta rilevante sul piano storico è il fatto che due importanti dirigenti del Pci, su mandato del segretario e della sezione Esteri del partito, si incontrarono per diverso tempo con un funzionario che consapevolmente ritenevano essere un membro dell’agenzia di intelligence Usa. L’esito degli incontri fu molto positivo, tanto che poi «sono cominciati ad arrivare altri americani, anche quelli della Exxon tra gli altri, tutti in cerca di assicurazioni nel caso il Pci andasse al governo. Noi a tutti esponevamo la nostra politica: non volevamo nazionalizzare, ma anzi volevamo vendere molte aziende Iri non strategiche. Ciò li tranquillizzava. Molti rappresentanti di gruppi americani, forse perché vittime della corruzione dilagante in Italia e del crescente intreccio tra affari e politica, apprezzarono molto il discorso di Berlinguer sull’austerità (1977) che mostrarono di aver capito meglio della destra del nostro partito»7. Tra i cablo inviati dalla sede diplomatica romana al dipartimento di Stato ce n’è uno del 2 maggio 1978 che riferisce il risultato di una delle conversazioni periodiche che Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che «l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro» e ha «fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra». «Sin dal rapimento – sono le parole di Barca riportate nel cablo – nel corso dell’ultimo anno il Pci ha consegnato al ministero degli Interni informazioni anche su alcuni nostri amici che riteniamo stiano partecipando a gruppi delle Br presenti in certe aziende come Sip e Siemens». Alle osservazioni del funzionario che lamenta un articolo di Macaluso apparso su l’Unità nel quale si suggerisce il coinvolgimento della Cia nel rapimento Moro, Barca replica: «La direzione del Pci ha ordinato, a lui e altri, di astenersi dal ripetere tali accuse senza fondamento poiché il Pci non ha alcun elemento che possa suggerire un coinvolgimento della Cia nel rapimento»8.
Carter e “la diplomazia delle conferenze”
Con l’arrivo alla Casa Bianca di Jimmy Carter, nel gennaio 1977, trovò nuovo slancio la «diplomazia delle conferenze» ossia l’idea di ricorrere alla politologia come arma diplomatica, invitando negli Usa gli esponenti dell’Eurocomunismo a tenere dei cicli di lezioni nelle università. Sostenere lo sganciamento dei partiti comunisti occidentali dalla sfera d’influenza sovietica rientrava nella strategia americana, che mirava a rafforzare le spinte di dissenso all’interno del campo socialista. «Prima di fare una richiesta formale all’amministrazione abbiamo comunque sondato l’ambiente», racconta La Palombara: «Cyrus Vance [il nuovo segretario di Stato] lo conoscevo da prima, in qualità di membro del consiglio d’amministrazione della Yale University. “Zibig” Brzezinski, che ora era consigliere per la Sicurezza nazionale, avrebbe già potuto dirci se l’idea era ok». Anche il presidente Carter era informato, spiega La Palombara, «perché Brzezinski non era certamente in grado, da solo, di mutare la politica dei visti ai dirigenti comunisti. A tal fine, inoltre, occorreva un lavoro di preparazione con il Congresso americano, e con i nostri sindacati, Afl-Cio, da sempre ferocemente anticomunisti. Insomma non bastava che Brzezinski bussasse allo studio ovale, soprattutto dopo le elezioni italiane del 1976»9.
 Tra coloro che si attivarono per creare un canale di comunicazione tra la nuova amministrazione statunitense e il Pci troviamo Franco Modigliani, futuro premio Nobel per l’economia, che venne più volte consultato dal Dipartimento di Stato sulla situazione economica e politica italiana. Questi aveva consigliato l’apertura al Pci e alla Cgil, ritenuti i soli in grado di arginare la protesta sociale e far accettare i sacrifici richiesti. Nel corso del 1976 aveva più volte incontrato Napolitano, in quel momento responsabile del settore economico del Pci10.
La diplomazia personale di Giorgio Napolitano
Nel novembre del 1976, dunque prima dell’insediamento ufficiale di Carter, giunse in visita a Roma il senatore Ted Kennedy. Sembrò l’occasione ideale per un incontro con un esponente del Pci, o almeno questa era la convinzione di Napolitano che, sia pur privo di incarichi nella politica estera del partito, fece di tutto per accreditarsi. L’entourage del senatore Kennedy agì in modo prudente e sotto stretta osservazione dell’ambasciata, che riferiva ogni suo movimento al Dipartimento di Stato. Oltre al presidente della Repubblica Leone, al presidente del consiglio Andreotti e al presidente della Fiat Gianni Agnelli, i politici ammessi agli incontri ufficiali furono solo i segretari della Dc, Zaccagnini, e del Psi, Craxi. Il responsabile dell’ufficio Esteri del Pci, Sergio Segre, ricevette un invito unicamente per la cena di cortesia insieme ad altri 30 ospiti. Kennedy non volle che l’evento fosse fotografato e l’ambasciatore Volpe riportò a Kissinger ogni minimo dettaglio, anche la disposizione a tavola degli invitati. In quella circostanza, riferisce Volpe in un documento stilato per il Segretario di Stato, «ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato»11. Una dimostrazione della pervicacia del personaggio e della propensione a tessere una sua diplomazia personale accanto a quella del partito.
La politica di «non interferenza, non indifferenza»
Nel marzo del 1977 arrivò da parte della nuova amministrazione democratica un primo prudente segnale di cambiamento: il segretario di Stato Vance e il ministro del tesoro Michael Blumenthal stilarono un memorandum per il presidente dove si tracciavano le linee della cosiddetta politica di «non interferenza, non indifferenza», riguardo alla scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Nello stesso documento si davano indicazioni meno rigide sui visti d’ingresso da rilasciare ai dirigenti del Pci e si fornivano nuove direttive sulla «politica dei contatti» da tenere con gli esponenti di quel partito. Era questo il quadro all’interno del quale doveva operare il nuovo ambasciatore scelto da Washington: Richard N. Gardner, giovane avvocato e professore di diritto internazionale alla Columbia University12. Divisa al suo interno su quelli che sarebbero stati gli sviluppi della situazione politica italiana, l’amministrazione statunitense assumeva una posizione di prudenza, e apparentemente attendista, che in sostanza chiedeva al Pci di fornire le conferme del proprio mutato atteggiamento in politica internazionale, dando prova della propria affidabilità, prima di essere chiamata ad assumere una diversa posizione nei suoi confronti. Gardner aveva il compito di svolgere, come vedremo, questa «politica degli esami», un delicato lavoro di approfondimento e verifica. «Ricevemmo dettagliate istruzioni dal dipartimento di Stato – scriverà nelle sue memorie – che consentivano un approfondimento dei contatti con il Partito comunista», estese anche a funzionari del Pci con o senza incarichi pubblici ma con modalità che non suscitassero «l’impressione che i comunisti avessero improvvisamente guadagnato il favore americano». Fu così che Martin Weenick, il funzionario addetto ai rapporti con il Pci che aveva già contatti regolari con Sergio Segre e «occasionali con altre tre o quattro persone», poté «vedere anche membri di spicco della segreteria del partito, come Pajetta e Napolitano»13.
Ramificazione dei contatti tra esponenti Pci e funzionari dell’ambasciata
L’estensione e l’approfondimento di queste relazioni fu tale che, racconta sempre l’ambasciatore, in un bilancio «della nostra politica dei contatti eseguito due anni dopo risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale»14. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: «Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse»15. Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1 aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro. «Il Console ha osservato – scrive Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie»16. Nel luglio successivo il console approfondì i suoi contatti incontrando «due dozzine di funzionari Pci» della Lombardia arrivando alla conclusione che il «Pci in questa regione ha attraversato dei cambiamenti fondamentali» fino al punto da «far dire a molti responsabili locali sostanzialmente onesti che essi sostengono il modello di democrazia occidentale, inclusa la lealtà a Comunità europea e Nato». Il giudizio tuttavia non era condiviso dall’ambasciata di Roma che in un cablo del 19 luglio parlava di «conclusioni troppo ottimistiche» che a giudizio dell’ambasciatore Gardner non trovavano riscontro tra i dirigenti nazionali del partito17.
«Basta con la Dc», il dibattito in via Veneto
Il 3 marzo Allen Holmes, vice di Gardner e soprattutto Deputy Chief of Mission, ovvero diplomatico più alto in grado in via Veneto – perché Gardner era un ambasciatore di nomina politica – firmò un telegramma di undici pagine intitolato A dissenting of American politicy in Italy nel quale mostrava di dissentire radicalmente dalla politica estera statunitense condotta fino a quel momento in Italia. Il testo metteva informa un’opinione minoritaria ma presente nell’amministrazione Carter, che riteneva ormai superata «l’attitudine interventista» e la convinzione che l’Italia dovesse ancora essere considerata «una nazione a sovranità limitata»18. Il diplomatico suggeriva a Washington una «revisione politica che deve affrontare i fatti», i quali mostravano che l’alleanza con i democratico-cristiani aveva comportato «diversi svantaggi», trasformando l’America in «un fattore della politica interna italiana» che «ci porta a sminuire i fallimenti della Dc e a sopravvalutare la sua capacità di autoriformarsi». Il bilancio, secondo Holmes, era fallimentare: «Dovremmo essere onesti e ammettere che la perpetuazione al potere di un singolo partito non significa avere una democrazia sana» e che se in trent’anni gli Stati uniti non sono riusciti a «rafforzare la democrazia in Italia farebbero bene a lasciar perdere». Per il vice di Gardner andava rivisto «l’immutabile atteggiamento rispetto al Pci che invece sta cambiando»; a suo avviso l’amministrazione Usa era ferma «alle analisi del 1950 che lo descrivevano come il partito dei poveri mentre l’arricchimento della popolazione ha portato a un suo rafforzamento» e «la tradizione rivoluzionaria del Pci non è quella russa, i comunisti italiani non sanno nulla del comunismo russo e i suoi leader sono intellettuali marxisti dell’Ovest non dell’Est». Per il Deputy Chief di via Veneto, «la collaborazione con il governo Andreotti dal 1976, gli atteggiamenti responsabili sull’ordine pubblico, le posizioni moderate sull’economia, la formale accettazione della Nato e della Comunità europea, il discorso di Berlinguer al XIV Congresso del partito e la decisione della Cgil di abbandonare l’Organizzazione internazionale del lavoro [non potevano essere considerate] operazioni di facciata»192/continua
Fonte: Paolo Persichetti in, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2007