giovedì 17 ottobre 2019

Stammheim (BDR),ottobre 1977

Il tentativo più alto di alternativa comunista in Germania poteva essere stroncato SOLO con un massacro mascherato da suicidio collettivo. Anche qui con la piena collaborazione della "sinistra" embedded.

https://contromaelstrom.com/2019/10/17/strage-nel-carcere-di-stammheim-42-anni-fa/


giovedì 10 ottobre 2019

Cosa conta chi lavora nella Svizzera felix

Assicurazione Helvetia: ovvero come si calpestano di diritti di chi lavora 

Negli stessi giorni in cui a Lugano si celebrava il processo Consonni, un triste esempio di abusi salariali nei confronti dei lavoratori, ecco che viene annunciata una vera e propria operazione di dumping salariale e sociale effettuata dalla compagnia di assicurazione Helvetia nei confronti di una cinquantina di propri consulenti attivi in Ticino (assicurazione alla cui testa, nel nostro cantone, figura Michele Morisoli, l’”uomo cerca” del PLRT…) La scelta proposta ai dipendenti è tra l’adesione ad una modifica verso il basso delle condizioni salariali (con l’introduzione di assurde ed illegali clausole retroattive) o la perdita del posto di lavoro: mai una illustrazione di cosa sia il dumping salariale è stata più chiara. Alla base di tutto questo vi è certo la concorrenza sempre più esasperata nel settore assicurativo: una concorrenza che tuttavia ha come motore principale la volontà di chi dirige le aziende di mantenere o aumentare il tasso di redditività del capitale investito, attraverso un aumento dei profitti che, evidentemente, va a scapito delle remunerazioni dei salariati. A conferma di questo basterà ricordare che Helvetia è una delle compagnie assicurative più remunerative: nel solo 2018 ha generato un utile di quasi mezzo miliardo (431 milioni). La sua quotazione in borsa negli ultimi anni, proprio in seguito ai profitti conseguiti incessantemente, ha subito un incremento cospicuo a tal punto da necessitare uno “splitting” del valore delle azioni (5 nuove azioni per una vecchia). Significativo, malgrado questo elemento appena ricordato, l’aumento del dividendo per il 2018, passato da 1 franco per azione a 24 franchi. Questi attacchi contro le condizioni di salario e di lavoro avvengono per due ragioni. Da un lato perché il settore terziario soffre di una mancanza cronica di una presenza sindacale in grado di assicurare un minimo di protezione e di mobilitazione dei salariati. Dall’altro la latitanza degli organismi pubblici (ispettorato del lavoro) di controllo e monitoraggio del mercato del lavoro. Gli strumenti e le forze a disposizione per un controllo serio del mercato del lavoro sono nettamente insufficienti. Ed è in questo contesto che il mercato del lavoro in Ticino da tempo oramai è diventato un mercato selvaggio, nel quale vige la legge del più forte a scapito dei diritti di chi lavora, aprendo le porte a soprusi evidenti (come testimonia la vicenda Helvetia), mettendo con le spalle al muro lavoratori che non hanno strumenti di difesa. Il caso in questione (così come altre vicende che ormai quasi quotidianamente ci segnalano il degrado delle condizioni di lavoro dei salariati e della salariate in questo cantone) necessita , oltre alla necessità di un rilancio dell’azione di difesa sui luoghi di lavoro, anche proposte per rafforzare il controllo del mercato del lavoro e delle condizioni di salario e di lavoro. Proprio perché cosciente di questa situazione, che negli ultimi anni non ha cessato di denunciare e di combattere, l’MPS lancerà la prossima settimana un’iniziativa popolare denominata “Rispetto per i diritti di chi lavora. Combattiamo il dumping salariale e sociale”. Un’iniziativa che vuole rafforzare in modo decisivo il controllo del mercato del lavoro e delle condizioni salariali offerte ai lavoratori e alle lavoratrici: un passo fondamentale nella lotta contro il dumping salariale e sociale.

Fonte: MPS, Cantone Ticino

mercoledì 9 ottobre 2019

Lezioni venezuelane

«Vi abbiamo messo in guardia contro la retorica umanitaria degli stati capitalisti che si dichiarano pronti a venire in soccorso della Russia sovietica affamata». Così si avviava il primo numero della “Correspondance Internationale” nel lontano 1921, quando gli immediati tentativi messi in atto dalle potenze mondiali, fino a poco prima impegnate in una lotta per l’annientamento reciproco, si concentravano per sopprimere sul nascere il più grandioso tentativo rivoluzionario che la storia abbia conosciuto. Il Venezuela non è di certo la nascente Unione Sovietica – sebbene sia una delle poche esperienze rivoluzionarie che abbia tenuto alta la bandiera della sinistra di classe riuscendo a dare ancora un senso a questo lèmma – ma la fase imperialista, mutatis mutandis, è sempre la stessa.
E le ingerenze delle potenze imperialiste in paesi in cui sorge un’alternativa anticapitalista, contrabbandate a mezzo stampa per interventi umanitari (proprio come quelle a cui abbiamo assistito nel caso venezuelano, con estremi quali i tentativi di sfondamento da parte di convogli provenienti dal confine colombiano) (leggi), sono uno strumento vecchio e stravecchio, come testimonia in modo chiaro il titolo dei rivoluzionari del ’17. Una storia di lungo corso quella di questo genere di interventi “umanitari”, che se venisse ripercorsa mettendola nero su bianco, ci si potrebbe per assurdo riempire le pagine di questo blog. Ovviamente non è questo l’esercizio che a noi interessa sebbene anche la mera cronaca, talvolta, sembri esercitare effetti miracolosi sulla generale assenza di memoria storica che caratterizza il nostro secolo. Quello che ci preme ricordare adesso, invece, sono alcune delle ragioni che hanno precipitato una delle più originali esperienze del socialismo moderno in una fase di stallo e di crisi, di cui fanno parte anche, ma non solo, gli appetiti imperialistici.
Prima di tutto, però, sgomberiamo il campo da alcune ambiguità. Il processo rivoluzionario in Venezuela è un movimento storico carico di limiti e gravido di contraddizioni – come ogni processo rivoluzionario degno di questo nome, d’altronde – ma è un’esperienza, forse l’unica se storicizziamo gli anni che seguono la caduta dell’URSS, che in una certa forma ha contribuito a garantire respiro e continuità a una sinistra di classe che, presa globalmente, versava in una situazione di crisi profonda.
Il discorso sembra acquistare ancora più peso se guardiamo alla sinistra europea di quegli anni, divisa tra chi aveva cessato di cercare criticamente un’alternativa e chi, invece, passava con inedita agilità da inamovibile sostenitore del gradualismo riformista a quello della controrivoluzione liberista.
In questo senso – lo abbiamo scritto più volte, ma questo è un concetto che non fa mai male ricordare quando si tenta l’analisi critica di un processo rivoluzionario – la sinistra di classe in Europa ha solo da imparare da chi ha dato corpo alla rivoluzione in Venezuela e ben poco, se non nulla, da insegnare. Inoltre, Il fatto che fino a poco tempo fa lo scontro di classe in atto in Venezuela fosse costantemente presente su tutte le testate nazionali e internazionali, mentre oggi sembra essere già stato dimenticato, è certamente il segno inequivocabile di un momento di relativa calma. Una boccata di ossigeno, certo, per le forze che sostengono il processo rivoluzionario venezuelano rispetto a quando i toni da guerra civile erano il lessico obbligato ma tuttavia, crediamo che debba essere preso come il passaggio di un’onda, seppure di grosse dimensioni, che prepara, come in ogni tempesta perfetta, l’avvento del flutto più grosso e ben più pericoloso.
Qualsiasi forma di solidarietà episodica, quindi, o di tentativo di analisi che interviene solo e soltanto quando una fase di crisi s’inasprisce e il “momento venezuelano” viene schiaffato su tutti gli organi di stampa con aperta volontà da guerra mediatica, non può che risultare di scarsa efficacia quando non di pericolosa convergenza. E’ francamente insopportabile leggere di chi si ricorda che il Venezuela esiste solamente quando le scintille dello scontro di classe in atto bruciano anche le pagine dei nostri giornali, e chi si dimena – per fare solo un paio di esempi tra i tanti possibili – perché si sta consumando un disastro ecologico nella fascia dell’Orinoco (tradotto: che esiste una contraddizione tra successo del processo rivoluzionario in atto e indipendenza energetica), o grida al caudillismo quando una destra golpista viene contrastata sul piano elettorale con ogni mezzo a disposizione (tradotto: che esiste una contraddizione tra avanzamento del processo rivoluzionario in Venezuela e democrazia borghese).  E’ la solidarietà di classe e internazionalista la migliore critica quando un processo giudicato come autenticamente rivoluzionario è sotto attacco, e non la solidarietà formale ed episodica, ne tantomeno la critica sincronizzata all’offensiva del nemico.
Questo tipo di solidarietà, lo sappiamo bene, è merce rara oltre che materia prima davvero difficile da garantire in una fase di complessivo arretramento. Consci di queste difficoltà e altrettanto sicuri che un’analisi critica non può che partire da questi presupposti, guardiamo allo svolgersi degli eventi nel continente latino americano con la stessa cocciuta smania di afferrare il conflitto di classe in atto, ancora oggi l’alfa e l’omega di un’analisi concreta, di un’ analisi effettivamente attuale.
Ma veniamo a quanto accade nell’unico paese che non si è piegato al cambio di marcia che sembra non trovare ostacoli nel continente. Prima di tutto bisogna constatare che ad essersi aperta la “crisi” è ormai un lasso di tempo piuttosto consistente. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando si sono celebrate le elezioni presidenziali del 2013 tra Nicolas Maduro e il temporaneo leader dell’eterogeneo fronte reazionario Capriles, volto politico di un partito ormai ridotto al lumicino. Un appuntamento elettorale, quello, vinto per un soffio dal fronte bolivariano e che ha certificato, oltre ad una spaccatura apertasi nel paese, una sensibile perdita di consensi dell’alternativa bolivariana ancora fiaccata dalla prematura scomparsa del comandante Chavèz. Il fatto che questa “crisi” sia in atto da almeno sei anni non è un dato secondario e superfluo, almeno se lo si guarda alla luce dei continui annunci dell’imminente guerra civile che dovrebbe investire il paese e delle letture catastrofiste che, frammiste alle analisi che danno per putrescente lo stato venezuelano, imperversano da sempre nel dibattito.
Il movimento bolivariano e la forma che ha assunto in questa fase la rivoluzione in Venezuela, forma di cui fanno parte anche, ma non solo, le istituzioni della Repubblica Bolivariana, resiste sotto i colpi inflessibili ed incrociati di chi vuole invertire la rotta nel continente –  inversione che in altri, molti paesi sud-americani è già avvenuta – e ad ogni annuncio di imminente crollo della rivoluzione questo risponde con una pronta e inappellabile smentita, quella dei fatti. Naturalmente questo non può farci perdere di vista che le difficoltà e gli ostacoli reali cui si trova a dover far fronte il chavismo sono evidenti ed inediti, ma tra il dire che in un dato paese ci si trova di fronte ad un complesso istituzionale sull’orlo del crollo – visione sempre scientemente calibrata sul piano politico-istituzionale e mai su quello sociale – e il constatare, invece, che nello stesso paese un soggetto politico non unitario come il movimento bolivariano si trova sotto attacco e in competizione con un fronte reazionario, ma risponde colpo su colpo e si ridefinisce nella lotta, c’è una bella differenza.
Sei lunghi anni, dunque, che hanno visto accendersi una scia di lotta politica con le elezioni presidenziali del 2013 e proseguire fino a quella che noi conosciamo come la crisi presidenziale del 2019, passando per una serie di turbolenti e complicati eventi tra cui tentati golpe (militari e non); attentati alla figura del presidente della Repubblica; continue, incessanti e pericolose manovre militari straniere ai confini dello Stato venezuelano; ostracismo politico diplomatico quasi generalizzato nel continente; la vittoria elettorale della destra golpista che ha conquistato l’Assemblea nazionale nel 2015; una crescente guerra economica messa in atto dalla più grande potenza mondiale e che oggi ha raggiunto il grado di problema principale oltre che una progressiva caduta degli alleati regionali sotto i colpi dell’offensiva reazionaria continentale. Insomma, di tutto e di più (e sicuramente la lista non è completa): ma quale la lezione, seppur provvisoria, che si può trarre dalle vicende venezuelane?
Gli aspetti che appaiono come cruciali, tra i molti possibili, e di cui la lotta in atto a Caracas può raccontarci qualcosa sembrano essere almeno due. Cominciamo dal primo e più evidente. La dipendenza economica che il Venezuela continua a sopportare nelle sue molteplici forme è un tratto problematico dell’esperienza bolivariana (ma prima ancora strutturale del paese) e si è rivelata essere la più pericolosa delle falle che il sistema venezuelano accoglie, prontamente sfruttata dalle forze reazionarie con in testa gli Stati Uniti.  La difficoltà, se non l’impossibilità nel medio periodo di conquistare un’indipendenza economica – sebbene gli sforzi per arrivare ad un simile obiettivo siano stati ripetuti, o almeno di affrancarsi parzialmente – derivano dalla dimensione quantitativa e da quella qualitativa che questa dipendenza sembra avere.
La Repubblica bolivariana del Venezuela, infatti, come leggiamo in un saggio veramente ricco di dati dell’economista venezuelana Pasqualina Curcio (1), importa complessivamente il 24% del totale dei beni dagli Sati Uniti d’America, i quali sono seguiti dalla Repubblica popolare Cinese con una quota consistente del 15% e dal Brasile, la Colombia (la principale testa di ponte degli Yankee per qualsiasi guerra sporca nel continente), l’Argentina e il Messico. Tra questi, i medicinali necessari al funzionamento del sistema sanitario in Venezuela per il 37% provengono dagli Sati Uniti d’America (gli stessi medicinali che, venendo improvvisamente a mancare, hanno generato l’inedita crisi sanitaria di cui il mondo parla) seguiti da Messico, Germania e Colombia (rispettivamente per il 15,13 e 12%). Proseguendo nella disamina delle importazioni si nota che, dopo i medicinali, nonostante il Venezuela possieda una quasi totale indipendenza agroalimentare (l’88% della produzione è autoctona e una larga parte è fornita dai piccoli produttori), quel restante 12% viene riempito ancora dagli USA e dalla Colombia. Last but not least, soprattutto se si parla d’indipendenza economica nella regione, il Venezuela è costretto, almeno per ora, a importare la vertiginosa cifra del 50% di macchinari, equipaggiamento per la produzione e ricambi – in tre parole i mezzi di produzione – indovinate un po’ da chi? ancora gli Stati Uniti d’America.
Se si scorre rapidamente il quadro delle cifre fino a adesso elencate non sembra possibile interpretare diversamente da una strutturale e immobilizzante dipendenza economica dal capitale americano la morfologia che l’economia venezuelana ha assunto, certamente ereditata da decenni di dipendenza neo-coloniale ma in parte mantenuta viva da altri fattori. Da una parte il dato empirico ci conferma la fonte, l’origine inequivocabile della scarsità di beni di prima necessità, della mancanza di medicinali, della difficoltà d’incremento produttivo e di tutte quelle circostanze che concorrono a definire un quadro di crisi economica e sociale. Dall’altra, gli stessi dati certificano il limite invalicabile che un determinato sviluppo delle forze produttive, inchiodato tra le maglie dell’influenza del capitale statunitense nel continente e l’ostruzionismo di un settore privato che persegue una lucida politica di scarsità programmata generando squilibri nel mercato interno esercita sul paese.
A questo va aggiunta la rigidità di un sistema politico che basa una buona parte dei suoi successi sull’estrazione del petrolio.
Anche su la ben nota dipendenza dell’economia venezuelana dal petrolio e dalla sua gestione, tuttavia, ci sarebbe da dire molto, e si dovrebbe quantomeno tentare di superare un ragionamento bloccato tra la critica fanatica all’impiego delle risorse petrolifere e il sostegno di politiche economiche che seguono specularmente l’agenda politica dell’OPAC.
In realtà, infatti, l’affrancamento dalla dipendenza totale delle risorse petrolifere viene in una certa misura perseguito dalle autorità venezuelane, e anche qui nel suo “La mano visibile del mercato” la Curcio ci mostra come, nonostante il prezzo del greggio al barile abbia seguito un crollo vertiginoso dal 2012 al 2015 (all’incirca dai 103,46 dollari ai 44,65 al barile), una flessione che avrebbe dovuto causare uno shock dell’intero sistema economico, il prodotto interno lordo per quanto riguarda la fetta del settore privato diminuì in maniera sensibile ma non catastrofica, mentre i dati del settore controllato dallo stato segnarono un piccolo aumento del 4%. Un dato parziale, certamente, ma che fornisce qualche elemento in più per ragionare sulla vulgata che ci racconta di un sistema economico paralizzato dall’estrattivismo e dalla rendita.
Il nocciolo della questione si trova nel ruolo che il settore petrolifero nelle mani dello stato bolivariano ricopre, ovvero quello di una sorta di formidabile welfare pronto all’utilizzo, e non nella presupposta ingombrante presenza di questo settore nell’economia. La crisi e la scarsità venezuelana, dunque, derivano prima di tutto dalla presenza di monopoli nel settore privato tanto quanto dalla dipendenza, in alcuni settori pressoché paralizzante, dalle importazioni che sono poi garantite dai nemici giurati della rivoluzione, e non dall’uso spregiudicato – e in senso progressista per altro – delle risorse petrolifere. Certamente la questione è ben più complessa e non si può non tener conto di come questo strumento sia stato impiegato nel quadro della costruzione dello stato bolivariano: se non come panacea per ogni male capitalistico, almeno come ottima carta da spendere quando il gioco per il governo cominciava a farsi duro.
Un meccanismo che non è riuscito a mantenere un’efficacia attraverso la crisi – anche petroliferia – che ha investito il paese.
Alla luce di queste brevi considerazioni sull’aspetto economico, tentiamo invece di abbozzare qualche ragionamento sul piano politico. La serie di eventi che ha scosso l’esperienza bolivariana, anche se giustamente ricondotti a un intervento pianificato della reazione nel continente, non possono non evidenziare una crisi di consensi o quanto meno l’incrinarsi del piano fino ad ora sostenuto dal progetto del socialismo del XXI secolo. Non convince fino in fondo, infatti, l’idea che riconduce la sconfitta elettorale del fronte bolivariano, certamente un episodio nella lunga serie di vittorie elettorali che il chavismo può vantare, come il semplice frutto delle macchinazioni di potenze straniere (che pure ci sono in abbondanza) o della manipolazione mediatica (che pure lavora incessantemente per colpire il governo).
A questi due aspetti, che certamente esistono e giocano un ruolo non secondario, va aggiunto, cercando di coglierlo nel quadro dei rapporti di forza politici, il controllo dei settori strategici dell’economia di cui il ragionamento appena fatto tenta brevemente di parlare, anche se da una singola angolazione.  La sconfitta elettorale del chavismo, infatti, è stata effettiva e oltre ad evidenziare un inasprimento della lotta con l’imperialismo e con i blocchi capitalistici venezuelani, ha messo sotto i riflettori la difficoltà che l’alternativa bolivariana ha incontrato nella ridefinizione e nel capovolgimento delle geometrie politiche che attraversano il paese.
Il fatto che nel paese permanga la possibilità reale che un’offensiva reazionaria trovi un sostegno robusto nei blocchi reazionari che si annidano nel paese esprimendo campagne mediatiche e politiche per disarcionare il governo bolivariano, oltre ad essere garantita dalle risorse pressoché illimitate dell’imperialismo yankee è il prodotto del permanere di condizioni sociali che la tutelano.
All’ipocrita mitizzazione del momento elettorale borghese, esercizio da cui sono veramente rimasti in pochi a sottrarsi, e che non può che portare un punto di vista di classe in un vicolo cieco, è sacrosanto contrapporre il tentativo di costruire, da parte di un governo rivoluzionario delle forme alternative e inedite di consenso e partecipazione popolare, degli strumenti nuovi con cui suffragare il progetto che la rivoluzione mette in atto giorno per giorno e che certamente sfugge alle società di monitoraggio dei processi elettorali o ai canoni di valutazione delle istituzioni internazionali.
Tuttavia, anche qui, occorre spendere due parole in più per cercare di spingere il ragionamento oltre. Come suggeriva Marx solamente qualche anno più tardi del primo esperimento di governo socialista «il diritto, come le forme di espressione politica sancite dalla legge, non può mai essere più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società». Se, infatti, un governo come può essere quello bolivariano combatte con ogni mezzo a sua disposizione per mantenere le posizioni raggiunte dal processo rivoluzionario e difende con le unghie e con i denti le conquiste raggiunte dalle masse sovvertendo anche le forme giuridiche borghesi e stravolgendo i canoni democratici liberali, lo fa in virtù della nuova forma cui la società venezuelana è giunta, prodotto della prassi rivoluzionaria accumulatasi in più di un decennio rivoluzionario. E nel considerare questo una sinistra di classe degna di questo nome, ovvero una sinistra che ha ben presente che conquista del potere significa lotta tra le classi nella sua fase più acuta, dovrebbe ribadire, con forza, che «il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere diseguale» (2).
Una dinamica che segue pedissequamente la divisione in classi, operando però un ribaltamento. Dal momento che in una società capitalistica la divisione tra le classi impone delle disuguaglianze adeguate alla divisione del lavoro, nell’attimo in cui i rapporti di forza si capovolgono, ovvero che si verifica il sovvertimento del potere, lo Stato retto dalle forze rivoluzionarie si dovrà dotare di strumenti adeguati per difendere la propria posizione nel momento in cui mette in atto quel processo di trasformazione della società e di liberazione delle forze produttive che porterà ad un progressivo indebolimento della classe avversa, mano mano che la divisione del lavoro e la forma capitalistica di funzionamento della società perderà la sua spinta propulsiva. Il lato scottante della questione, però, non sta tanto nel disfarsi del simulacro democratico liberale con annessi rituali elettoralistici, ovvero del diritto borghese, l’idolo sotto cui la sinistra nostrana continua a spaccarsi la testa a forza di inchini, bensì nel tentativo di intervenire in maniera incisiva approfondendo il processo rivoluzionario e ribaltando i rapporti di forza sul piano dei rapporti di produzione. E’ su quest’ultimo che si erge il complesso politico e istituzionale e le forme di espressione politica come il diritto, ed è sul mutamento di questo che si può basare uno stravolgimento delle forme di espressione politica e consenso.
Questo breve ragionamento per comprendere in maniera più chiara come, se anche il governo bolivariano porterà a compimento la battaglia vitale che ha ingaggiato con il fronte reazionario antigovernativo fregandosene dai canoni borghesi tanto cari a certa sinistra, dovrà farlo incidendo anche sui rapporti di produzione, in pratica rimediando a quelle caratteristiche di cui l’economia venezuelana in transizione soffre e che perpetuano la sua vulnerabilità sia nei confronti dell’Imperialismo americano che delle insidie delle forze reazionarie venezuelane. Tanto facile nella teoria quanto difficile nella prassi, una prassi che certamente non s’invererà seguendo forme scolastiche ma trovando vie inedite e mai battute. Ma la rivoluzione bolivariana, dopo tutto, è stata fino ad oggi vincente proprio perché fuori dagli schemi, almeno dai nostri.

(1) Pasqualina Curcio, La mano visibile del mercato, Edizioni Efesto, Roma.
(2) K.Marx, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma, pg.17.

martedì 24 settembre 2019

martedì 17 settembre 2019

Pro memoria


Se arriverò a cent’anni…


Non voglio nessun teatrino pubblico con torta, palloncini, foto e politico di turno. Mi piace dirlo adesso, ancora lontano da qualsiasi forma di demenza senile, per sollevare i famigliari da inutili strette di mano, sorrisi di rito e battutine stereotipate. Lugano è la mia città dal 1962, quando vi giunsi da un paese della valle dell’Arno poco noto alle carte geografiche del tempo, ma,proprio per questo, luogo vero, pulsante di rivalità e antagonismi non ancora addormentati dal miracolo economico. A Lugano sono cresciuto, ho lavorato e messo su famiglia, tenendo fermi i concetti di protesta sociale ereditati da pezzi di casato rimasti sul luogo di nascita. Non è stato ovviamente un percorso facile, lontano da quello dei sessantottini di buona famiglia che, passati i pruriti rivendicativi, hanno fatto valere i cognomi e le amicizie pesanti per evitare problemi. Termini come pace e concordanza stagnano nella “zona retrocessione” del mio vocabolario, dove svetta, in solitaria,la parola “conflitto”, quello che ha mosso la storia dell’uomo anche se non è ancora riuscito a raddrizzare il legno storto di cui è fatto. A Lugano voglio bene, meno a larghe fette  dei suoi abitanti “embedded” nell’edonismo competitivo, per nulla a chi la rappresenta con relative truppe al seguito. Non è una questione di colori, oggi il rosso( pallido) vale come l’azzurro, il verde o il grigio, ma di etica, lealtà, trasparenza da esercitare (sul serio!)in tutti gli ambiti del quotidiano. Un esempio per tutti: Non caricare sulle spalle dei figli le divergenze che si sono avute con i padri limitandone le potenzialità. Nel conflitto si punta chi sta al fronte, non i parenti che restano a casa. Ho cercato spesso di farmi beffe del potere costituito e per questo trattato come innominabile. Grande onore! Mi ricorda il “Nessuno”,uomo di multiforme ingegno che infiniti danni addusse ai Troiani , che sfidò l’ira degli dei pur di ritornare a casa. Sapere che voi fate quello che fate(e continuerete a farlo) mi aiuta parecchio ad esercitare quel dovere verso l’avversario, a non dargli pace finché avrò fiato.
Quindi, se verrà quel giorno, alla larga ! Senza rancore.